Orientamento, lavoro e futuro prossimo

Il ruolo dello scrittore al tempo dell’intelligenza artificiale

a cura di Miriam Coccari*

Se il ‘900 è stato il secolo dei grandi cambiamenti, i primi cento anni del nuovo millennio si candidano a essere, ad osservare gli albori, pieni di veri e propri sconvolgimenti. Il più eclatante, al momento, pare essere dettato dall’intelligenza artificiale che permea ogni aspetto della vita dell’essere umano. In ogni ambito professionale il ricorso alle piattaforme di IA è un atto ormai spontaneo, allo scopo di ricerca, supporto o semplice conforto al pensiero umano di cui, questo nuovo avvento ha contribuito a mostrare la fallacità. E mentre si cerca di stabilire delle pacifiche forme di convivenza, c’è chi ipotizza degli scenari in cui i due tipi di intelligenza, artificiale e umana, verranno definitivamente integrate grazie a supporti tecnologici avanzati che daranno vita a esseri umani “potenziati”, come profetizza lo scrittore Kazuo Ishiguro, premio Nobel per la letteratura nel 2017, nel suo Klara e il sole. A tal proposito è da evidenziare che neanche quest’ultimo settore è esente dalla spasmodica ricerca del miglior prompt possibile in grado di restituire la pagina più bella, la descrizione più azzeccata, l’intreccio più entusiasmante. Ma allora, è davvero possibile che in un futuro non tanto remoto il ruolo dello scrittore sia destinato a scomparire, sostituito da un semplice azzeccato input?

La prima risposta a questo quesito può essere ricercata in quel piglio permaloso e un tantino narcisistico tipico del creativo. Il fatto che proliferano sistemi capaci di generare parole, immagini e idee in modo automatico ha costretto la figura dello scrittore a riscoprire la propria natura più profonda, distinguendo ciò che è mera produzione di contenuti da ciò che invece è gesto creativo, sguardo umano, presenza, in una crescente competizione che se sul piano tecnico rischia di essere vinta dall’algoritmo, sul piano dei sentimenti il punto da assegnare va ancora e sempre all’animo umano. È prerogativa dell’uomo trasformare un’esperienza in un racconto che colpisce o rassicura; solo la biografia, con le sue ferite e i suoi desideri, può dare profondità alle parole. L’IA può imitare, ma non sostituire quel nucleo emotivo da cui nasce una visione del mondo.

Coccari 2026gennaio

Eppure anche lo scrittore più tenacemente conservatore può usare l’IA come strumento: un compagno di laboratorio, una lente che amplia possibilità stilistiche, un interlocutore che stimola domande e deviazioni narrative, un campo da cui attingere suggerimenti e spunti o anche escludere concetti fuorvianti.  Resistere alla tecnologia non è più necessario; ciò che conta è non delegare ad essa la responsabilità dell’immaginazione, onde evitare quell’atrofizzazione creativa che tanti paventano e cercano di esorcizzare rifiutando a priori le seduzioni del nuovo che avanza.

In definitiva, lo scrittore del nostro tempo è chiamato a essere più consapevole e più vigile. Deve custodire la specificità dell’esperienza umana e, insieme, saper dialogare con le nuove intelligenze. Ne emerge un ruolo non ridotto ma rinnovato: quello di chi continua a ricordare che il senso non nasce dall’automatismo e che le parole, seppur suggerite, aspettano come ultima scelta quella del cuore.

*Docente di Lettere

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