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Connessi alla rete, ma distratti e apatici

Si può essere vittime delle piattaforme digitali. E moltissimi cittadini chiedono di più all’Ue .

“Solitudine digitale”: è un fenomeno a cui sempre più siamo esposti. Le tecnologie di oggi hanno accorciato le distanze, ma non risolvono automaticamente tutti i problemi di comunicazione. Infatti, non tutte le sfere della vita quotidiana si possono convertire in codice binario e molti suoi aspetti non si possono dematerializzare: per esempio, gli stati d’animo e psicologici, l’empatia e la capacità di provare emozioni. Si tratta di competenze relazionali fondamentali. Quando entrano in crisi, succedono tragedie. La crisi dell’educazione sentimentale è vista infatti quale una delle principali cause di gravi fatti di cronaca che coinvolgono anche giovani e giovanissimi.

Teoricamente quindi si è più vicini perché si comunica tramite video e supporti per aumentare il senso di presenza, ma, nei fatti, anche senza che si arrivi ad accadimenti estremi, uno dei rischi delle tecnologie digitali è quello di frapporre una vera e propria barriera tra le persone.

Preoccupa inoltre l’incremento quantitativo dei dati in circolazione. Il suo effetto sulla mente di persone non in grado di fare selezione è chiamato “brain rot”. Non parliamo di una novità assoluta, perché già prima della rivoluzione digitale degli anni Duemila gli studiosi erano consapevoli del fatto che l’esposizione ai media può generare sovraccarico informativo. Il problema che stiamo seppur brevemente descrivendo presenta tuttavia alcune specificità:

  • la multimedialità dei contenuti proposti, che catturano la mente con audio, video, suoni e strumenti di interazione, distraendo dal proprio scopo principale. Capita spesso infatti di sentirsi raccontare che si era acceso il cellulare per svolgere una determinata operazione e ci si è ritrovati a fare tutt’altro;
  • l’interattività possibile in numerose e diversificate forme, per cui chiunque, oltre che fruitore, può anche essere narratore di contenuti;
  • la sempre maggiore necessità di comunicare i propri dati sulle piattaforme per utilizzare servizi, consentendo a terzi di farne uso per attività commerciali in alcuni casi illeciti;
  • la possibilità per gli utenti – di per sé vantaggiosa – di utilizzare gli strumenti digitali per finalità commerciali. Il rischio connesso è quello per esempio del furto di dati o dell’identità;
  • l’esistenza di reti invisibili che agiscono per aggregare reti di criminalità organizzata.

L’elenco potrebbe continuare. Ma bastano questi esempi a comprendere come il fenomeno sia ricco di sfaccettature. Il problema sta essenzialmente nel fatto che la tecnologia viaggia veloce: più veloce delle persone e della legge. Inoltre, c’è da considerare che le grandi corporation come Facebook agiscono inizialmente nel proprio contesto non solo sociale, ma anche tecnologico e normativo. Tuttavia, perseguono strategie che portano alla continua innovazione di strumenti di comunicazione e marketing da impiegare ovunque nel mondo, in sistemi sociali e culturali anche molto differenti da quelli in cui sono nati.

Ecco perché appare qui interessante richiamare una proposta che sta trovando molta attenzione sul web: è una campagna diffusa sul sito Avaaz.org (clicca qui) per contrastare la dipendenza dai social, che spesso colpisce i minori anche con gravi conseguenze. Infatti, nonostante l’impegno in tal senso dell’Unione europea, che ha emanato il Digital Services Act (regolamento 2022/2065), la sensazione diffusa nelle molte persone che stanno firmando questo appello è che tale strumento normativo non sia del tutto efficace. Si ricorderà, come è possibile leggere sul sito della Commissione europea, che il primo obiettivo del regolamento in parola è quello di “Creare uno spazio digitale più sicuro in cui siano tutelati i diritti fondamentali di tutti gli utenti dei servizi digitali”. Mentre scrivo questo articolo, 215.867 utenti della rete chiedono di più.

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