Orientamento, lavoro e futuro prossimo

Digital humanities e professioni del futuro

Docente di discipline letterarie e latino

Quando uno studente completa il ciclo di istruzione di secondo grado, cioè la scuola superiore, si trova a dover compiere una scelta importante che lo indirizza verso il suo futuro di lavoratore e che ne determinerà inevitabilmente la qualità della vita.

 Per anni abbiamo sentito dire e, probabilmente abbiamo anche detto, che le lauree nelle discipline umanistiche sono superate, che non offrono sbocchi lavorativi e che chi vuole lavorare e guadagnare deve mettere da parte eventuali aspirazioni, interessi e passioni e scegliere una laurea STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics).

 

Questa affermazione, indicata come una certezza, è stata superata con l’avvento delle digital humanities, nate dall’integrazione dei saperi umanistici con le procedure computazionali e i sistemi multimediali in rapidissima crescita a partire dai primi anni ’90, le quali si caratterizzano per la contaminazione tra discipline umanistiche e tecnologie digitali, prima ritenute inconciliabili.

 

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Certamente un ruolo fondamentale affinché questa ‘conciliazione’ avvenga e produca risultati in termini di acquisizione di competenze che possano garantire effetti positivi sull’occupazione e sulla retribuzione degli umanisti digitali, è svolto dalle Università, le quali, secondo AlmaLaurea, consorzio interuniversitario  nato nel 1994 come punto d’incontro fra giovani, università e aziende per raccogliere informazioni e valutazioni utili all’orientamento nella scelta universitaria e lavorativa, dall’anno accademico 2018/2019 hanno cominciato garantire per il 10,2% dei corsi di area umanistica almeno il 5% di crediti di informatica o ingegneria informatica, consentendo l'utilizzo, l'elaborazione e lo sviluppo di strumenti informatici nell'ambito delle Scienze umane, come Storia, Storia dell'Arte, Archeologia, Filologia, Codicologia, Musicologia, Archivistica, Biblioteconomia e Museologia.

A oggi quasi tutte le Università, tra cui si ricordano quelle di Pisa, Pistoia e Venezia tra le prime a istituire corsi di laurea specialistica o Master in digital humanities, stanno rispondendo con un’ibridazione tra informatica e scienze umane e sociali alla domanda urgente di ripensamento della formazione accademica tradizionale destinata alle discipline umanistiche, non più adeguata perché i modelli tradizionali basati sulla trasmissione della conoscenza non rispondono efficacemente alle richieste ipercomplesse del mondo delle professioni.

Si comprende come questa risposta sia in linea con le esigenze delle aziende leggendo i dati offerti dalle statistiche, dalle quali si ricava che a 5 anni dalla laurea il tasso di occupazione dei laureati biennali umanistici è superiore del 5,9% a quello dei corsi tradizionali (86% contro 81,9%) e che i primi impiegano meno tempo rispetto ai secondi per trovare lavoro - 6,7 mesi contro 8 - e guadagnano di più -1.382 euro di media contro 1.298 (fonte: AlmaLaurea, al cui sito www.almalaurea.it si rimanda per una lettura completa dei risultati dell’indagine).

A ciò si aggiunga che le maggiori e migliori prospettive aperte da una laurea nelle digital humanites riguardano anche gli sbocchi lavorativi, non più riferibili esclusivamente all’insegnamento, in quanto esse forniscono strumenti assai utili per tutti gli ambiti in cui è centrale la comprensione dei processi umani di significazione, ovvero delle forme con cui le persone attribuiscono senso a ciò che le circonda.

Quello che è certo è che tali discipline non sono finalizzate a formare esperti che sappiano governare i parametri tecnici, ma piuttosto analisti dotati di un forte pensiero critico in grado di interpretare, trasformare e adattare al nuovo ambiente processi e prodotti tradizionali, ovvero professionisti in grado di declinare le loro funzioni tradizionali attraverso le competenze digitali, che ad esse si affiancano in un potenziamento delle soft skills, indispensabili, ad esempio, per ‘addestrare’ l’Intelligenza Artificiale attraverso la creatività umana, il cui supporto non può mancare alla tecnologia.

Per chi ha fatto studi umanistici e conosce i meccanismi del digitale e dell’informatica, perciò, si aprono le porte di impieghi afferenti all’ambito delle risorse umane, del marketing, della comunicazione, delle relazioni pubbliche, insomma di tutte quelle nuove professioni legate all’IA e ai big data in ambienti come biblioteche, musei, istituzioni culturali, enti pubblici o privati, organizzazioni, ditte, aziende ed enti che operano per la valorizzazione del patrimonio culturale, materiale o immateriale.

Quali sono, dunque, le professioni del futuro che si offrono agli umanisti digitali?

Tenendo presente che l’offerta universitaria, per adattarsi ai cambiamenti della società e del mercato del lavoro, si è arricchita di vari corsi di laurea associati ai corsi tradizionali di Lettere e Filosofia, ecco una sintesi relativa ad alcune professioni del futuro nell’ambito di interesse:

-Addetto alle risorse umane: si occupa, come libero professionista o per conto di aziende private o della Pubblica Amministrazione, della formazione del personale e della sua selezione in qualità di recruiter, figura professionale molto ricercata tra i laureati umanistici in quanto questi ultimi possiedono una preparazione particolarmente avanzata sulle soft skills, la cui valutazione è fondamentale nella fase della selezione del personale in azienda.

-Esperto di web marketing: si occupa, come libero professionista o in agenzia, di pubblicità online.

-Organizzatore di eventi culturali: si occupa, per conto di enti e associazioni o come libero professionista, dell’organizzazione di eventi culturali come mostre e convegni letterari, ma anche concerti, workshop, ecc.

-Docente formatore: lavora nelle aziende o negli enti di formazione e tiene corsi professionali per adulti come, ad esempio, corsi di aggiornamento.

-Social media manager: cura la comunicazione sui social network delle aziende e dei personaggi pubblici. Questa figura professionale deve possedere competenze di scrittura, in primo luogo nello storytelling, nel marketing strategico, nelle lingue straniere, ecc., oltre che essere sempre in linea con le tendenze del momento. 

In conclusione va specificato che le nuove figure professionali generate dalle digital humanities, se non svolte in regime di lavoro dipendente, non hanno ancora oggi delle tutele specifiche sia sotto il profilo giuslavoristico che di carriera, non esistendo in Italia un contratto di categoria per le aziende digitali, sebbene il numero di startup innovative nel nostro Paese, stando al rapporto del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT) del settembre 2022, sia ormai di 11.000 (https://www.mimit.gov.it/index.php/it/impresa/competitivita-e-nuove-imprese/start-up-innovative)

N.B. L’intero articolo è disponibile on line www.ictedmagazine.com

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